di Serena Sinigaglia Pensare il teatro. Il teatro ai tempi del digitale – Viaggi in carrozzina

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Francesco Falcolini: ritratto di Serena Sinigaglia. Penna a sfera su foglio A4, 2021.

Francesco Falcolini: ritratto di Serena Sinigaglia. Penna a sfera su foglio A4, 2021.

È iniziata da poco la nuova stagione teatrale. Mi piace l’odore delle assi del palcoscenico. È un odore che mi fa stare bene. Per me il teatro è qualcosa di essenziale, anche perché riesco ad entrarci. Nella media dei teatri italiani non ci sono barriere architettoniche.
Oggi a raccontarci la sua idea di teatro è Serena Sinigaglia.
Mi piace serena Sinigaglia. Ha uno sguardo severo ma quando il suo viso si apre al sorriso sembra una festa di maggio. Insieme a quelli di Atir è riuscita a dare vita a una periferia estrema di Milano. Adesso è al Carcano insieme a Lella Costa come direttrice artistica. È un’avventura importante per lei e per la città. Merda, tanta merda a lei e a noi. Merda perché un teatrante non si può che salutarlo in questo modo: Merda!

di Serena Sinigaglia

San Donaci, Lunedì 16 Agosto 2021 (secondo anno pandemicus)

Che cos’è il teatro per me?
E’ una domanda a cui non posso rispondere in poche righe ma forse neppure compilando interi volumi di un’opera monumentale. E’ una domanda a cui è veramente difficile rispondere.
Il teatro è azione. Azione politica, culturale, sociale, artistica, comunque azione, prassi, non teoria.
E’ un bisogno nato con l’uomo che solo con l’uomo morirà.
E’ il bisogno allegro, e disperato al tempo stesso, di venirne a capo: chi diavolo siamo?
Tutte le volte che sento dire frasi come “il teatro è morto”, “la regia è morta”, ecc.ecc., mi viene un po’ da ridere. Non può morire l’umano finché non è l’umano a morire, no?
Perché il teatro è nell’uomo come i tendini, i muscoli, il sangue, le ossa… il teatro è l’uomo.
L’uomo nel suo rapporto faticoso con se stesso e l’altro da sé, l’uomo alla prova dei conti che puntualmente la vita gli presenta. È il corso narrativo di un’esistenza.
Possono cambiare le tecniche di finzione, possono essere messe in crisi le leggi del racconto, può sgretolarsi il tessuto sociale, può mancare la coscienza dello spazio pubblico, ma finché esisteranno gli ultimi due uomini sulla terra potremo a buon diritto parlare di teatro.
Uno spazio fisico, due uomini tentano di comunicare: chi diavolo sono? Chi diavolo sei? Uno agisce, l’altro ascolta, una catena fitta fitta (e talvolta misteriosa) di azioni e reazioni in cui il tempo dell’esistenza, la nostra, scorre implacabile, eccolo il teatro. Tutto qui, niente di più semplice.
Ed è così da millenni.
Il problema subentra se facciamo coincidere il concetto e soprattutto la pratica di teatro solo con “lo spettacolo”, con l’atto performativo.
Questa visione si presenta superata dai fatti, essa apparteneva agli uomini dell’800, i quali, felici loro!, non conoscevano il cinema, la televisione, internet, le piattaforme digitali, la frammentazione dei sistemi di comunicazione e la fruizione individuale delle numerose offerte. Per gli uomini dell’800 c’era solo il teatro. E gli spettacoli, nei teatri e nelle piazze, erano tutto e l’insieme di quel tutto.
Ora certamente non è più così.
Posso addirittura vedere uno spettacolo teatrale in streaming. Figurarsi! Certo, direte voi, quello non è teatro! In effetti non lo è, è televisione ma ciò non fa che ribadire il concetto: le possibilità di comunicazione e di svago si sono moltiplicate a dismisura.
Apro una piattaforma digitale e trovo tutta l’offerta narrativa del mondo.
Quindi uscire di casa oggi per venire a vedere uno spettacolo teatrale non è certamente un gesto facile, e certamente non esco per venire ad ascoltare una storia o a stupirmi di suoni, luci, colori e quant’altro. Basta una bella televisione 4K, basta un impianto audio all’altezza e quella magia si rivela sotto ai miei occhi ugualmente e con minore fatica.
L’uomo è un animale pigro, tendenzialmente è portato a scegliere l’alternativa più comoda.
Allora perché andare a teatro? Semplice, quasi elementare direbbe Holmes: chi va a teatro, ci va perché “dal vivo”. Forse non ne ha la consapevolezza, forse si dà ragioni più nobili e importanti, forse, non so, fatto sta che chi va a teatro ci va per la sola cosa che nessuna piattaforma digitale può dargli, la dimensione “live”. Questa è la ragione profonda, a prescindere dalle diverse narrazioni ed estetiche, capace di rendere il teatro un unicum, un’arte tanto necessaria oggi.
L’arte dell’uomo, con l’uomo, sull’uomo, per l’uomo, attraverso l’uomo, l’arte dell’umanesimo per eccellenza. “Lo spettacolo” è solo la punta dell’iceberg di quella fitta rete di relazioni che attraverso l’arte teatrale si genera e si moltiplica. “Dal vivo” per sentirsi vivi, “dal vivo” per bisogno, come si ha bisogno del pane e dell’acqua. O vogliamo tutti finire murati in casa incollati ad uno schermo digitale?
Il teatro diventa quindi strumento di esplorazione e di cura della relazione tra gli esseri umani, diventa l’arte della relazione. Una prova della vita utile alla vita stessa. Laboratori, feste, incontri, dibattiti, seminari… costruzione attiva di comunità che si riconoscono in un comune bisogno, quello dell’incontro e del confronto diretto. L’attore prima di essere personaggio, prima di essere nella finzione di un racconto, è un essere umano che ne incontra degli altri. Nello stesso tempo e nello stesso spazio. Senza mediazioni.

Alessandro Bellucco: ritratto di Serena Sinigaglia. Grafite su carta, 2021.

Alessandro Bellucco: ritratto di Serena Sinigaglia. Grafite su carta, 2021.

Quanto è importante proteggere uno spazio di incontri “senza mediazioni”. L’immagine fotografica porge sempre una mediazione e mostra solo una porzione di realtà. Mai la realtà. E qui sta il paradosso. Qui sta il pericolo di una manipolazione che ci rende docili strumenti di fini oscuri. La mediazione del mezzo implica una scelta a priori: ti mostro della realtà la parte che voglio mostrarti. Quindi si tratta comunque e sempre di finzione perché parte da una scelta precisa: escludo qualcosa per mettere in risalto qualcos’altro. Occorre un patto di fiducia importante. Insomma io devo fidarmi che ciò che tu mi stai mostrando corrisponda davvero al reale. E poi chi può dire cosa sia veramente il reale?
In teatro tutto questo non può accadere. Semplicemente perché attore e spettatore sono lì, uno di fronte all’altro, in un corpo a corpo reale, totalmente reale.
Resto sempre stupefatta da chi mi dice “in teatro mi annoio, tutto è finto”.
Resto stupefatta e spaventata.
Rispondo “perché, invece la televisione è vera?!”.
A parte il fatto che “finto” non equivale a “falso”, la verità appartiene ad esseri superiori, certamente non all’uomo. Tutt’al più possiamo parlare di verità relative, comunque i discorsi sulla verità sono sempre assai pericolosi. E ad ogni modo la televisione, in ogni sua forma, è quanto di più lontano possa esistere dalla verità, su questo non ci sono dubbi.
Siamo un’epoca che ha smarrito completamente il buon senso. Come può risultare “finto” un attore in carne ed ossa che a pochi metri da te ti racconta una storia, è vera un’immagine digitale che di quella storia e di quell’attore ti presenta le inquadrature che qualcun altro che nemmeno conosci ha deciso di mostrarti?
Il concetto stesso di fiducia e quello ancor più importante di libertà critica si ribaltano in una prospettiva mistificatoria e bugiarda.
Se il teatro che è più reale del reale ti risulta “finto”, nel senso di falso, significa che fai una fatica boia con te stesso e con gli altri. Significa che la relazione ti impegna oltre modo e quindi significa che per te essere uomo è un compito quasi inaffrontabile. Tutti i limiti e le caratteristiche umane ti pesano: non vuoi vedere il tuo corpo invecchiare, non vuoi contraddittori, non vuoi vedere impacci ed errori, non vuoi perdere, non accetti la fatica e il sacrificio, non vuoi vederti rifiutato, non vuoi viverti le contraddizioni… insomma non accetti di essere “umano”, semplicemente, meravigliosamente, tragicamente umano.
Che paura, signori!
Un’immagine a teatro non posso ritoccarla con photoshop, un errore o un vuoto di memoria non posso salvarlo col montaggio, una voce sgradevole non posso sostituirla con un’altra più efficace nel doppiaggio… una scena mi disturba? Beh, non posso cambiare canale! Insomma in teatro non posso bleffare o aggirare l’ostacolo. Il teatro vive di errori e di imprevisti, un istante mai uguale all’altro, imperfetto come le vite di ognuno di noi. Il teatro è specchio dell’uomo, diceva Amleto.
L’uomo, quello reale, è fragile, pieno di limiti, di paure e di contraddizioni. L’uomo digitale, invece, è perfetto. O quantomeno può decidere di esserlo. Però, alla lunga, dovrà confrontarsi coi suoi demoni se non vorrà egli stesso trasformarsi in un mostro. E allora spero, per il bene di tutti e per la sopravvivenza della specie, che il teatro sia là, pronto ad accoglierlo ed aiutarlo.
Eccolo qui il teatro ai tempi del digitale: un’arte che può salvarci dall’estinzione, una reazione sana e vitale alla folle inclinazione del genere umano verso la distruzione della specie e del mondo.

Igor De Marchi: ritratto di Serena Sinigaglia. Olio su tela, 30x20, 2021.

Igor De Marchi: ritratto di Serena Sinigaglia. Olio su tela, 30×20, 2021.


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