Ecco la casa di Maroni, l'”ottimo” architetto di Gabriele d’Annunzio

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Una casa per il costruttore della Casa, «artefice di bellezze», Comandante della Santa Fabbrica, l’«ottimo combattente divenuto ottimo costruttore»… Benvenuti nella piccola casa di Gian Carlo Maroni (1893-1952), architetto e costruttore del Vittoriale degli Italiani – la «Santa fabbrica», residenza, rifugio e libro di pietre vive di Gabriele d’Annunzio – a Gardone Riviera, sul lago di Garda.

Nell’anno del centenario dell’inizio dei lavori (1921-2021) che trasformarono villa Cargnacco, appena acquistata dal Comandante di Fiume dallo Stato italiano, in quello che oggi è il Vittoriale, ieri qui è stato inaugurato il Museo della Santa Fabbrica dedicato alla vita e al lavoro del grande architetto. La sua piccola casa-studio dentro il parco del Vittoriale, una dependance tra la Prioria e il lago, che lui chiamava «Cassaretto», da lui stesso progettato e realizzato ristrutturando un rustico preesistente, dagli anni Ottanta del ‘900 è sempre stata la residenza dei Presidenti del Vittoriale. Fino a che l’attuale titolare della carica, Giordano Bruno Guerri, ha deciso di autosfrattarsi e di trasformare il «Cassaretto» in un museo permanente – il Museo della Santa Fabbrica diretto da Chiara Arnaudi – che celebra vita, opera e cantiere perpetuo di Gian Carlo Maroni. «Lavorerai per abbellire la mia casa», gli disse d’Annunzio. Che è quello che fece.

Ed eccolo qui il francescano rifugio dell’architetto, che il Vate chiamava «Fra’ Carlo»: riservato, umile, operoso. La casa-museo è su tre livelli. Al piano terra, il più intimo, è ricostruita la personalità di Gian Carlo Maroni: ci sono bellissime fotografie, mai viste e che arrivano da un lascito privato, di d’Annunzio e Maroni in queste stesse stanze, negli anni Venti e Trenta – testimonianza di una grande amicizia tra i due, che parlavano, discutevano, a volte litigavano, esigentissimo il primo, rigorosissimo il secondo – e la ricca biblioteca dell’architetto, con alcuni libri con dedica del Comandante, tra cui la seguente, caso unico in cui d’Annunzio riconosce qualcuno migliore di sé: «A Gian Carlo Maroni, questo esemplare princeps che m’era destinato, e ch’io gli offro perché in lui è il meglio di me e in verità egli è migliore di me», Il Vittoriale, 20 marzo 1937…

Il primo piano è invece quello della camera da letto, dove ora sono esposti i foulard in seta con i «quadrati fausti» e i motti dannunziani più celebri, e la «stoffa araldica» con lo stemma di Principe di Montenevoso realizzata da Guido Marussig (1885-1972), che nel 1919 era stato a Fiume con d’Annunzio; e poi il guardaroba, con gli abiti, quotidiani e da gran galà, del padrone di casa, assieme ai suoi oggetti personali e di lavoro. C’è anche un suo sigaro…

E al piano interrato ecco lo studio dell’architetto, con i plastici – restaurati per l’occasione – delle opere progettate per il Vittoriale: l’anfiteatro, il Mausoleo degli Eroi, Schifamondo…

Maroni si merita completamente un suo museo – una casa dentro la grande Casa – perché fu artefice del Vittoriale ma anche perché lo custodì, lo valorizzò, lo tutelò dopo la morte del Vate, fino alla propria, nel 1952. Si dice, addirittura, che andasse da Mussolini confidandogli che gli era comparso in sogno d’Annunzio, il quale gli chiedeva soldi per questo e per quel nuovo lavoro… Il Duce, però, non ci cascava. Per la Santa Fabbrica aveva già dato troppo.


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