Guida galattica per autostoppisti del calcio

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La carriera di un calciatore è la somma di elementi numerosi e diversi: pianificazione e improvvisazione, opportunità e dedizione, fortuna e bravura, pretese e concessioni, vizi e virtù. Siccome la storia del calcio è la storia della sua élite, di quel top 1% esposto alla nostra attenzione, pensiamo la carriera di un calciatore come una storia sostenuta da una rigorosissima logica interna: un giocatore forte sta in una grande squadra in un campionato importante e così via. Per esempio, la carriera di Ibrahimovic è avventurosa ma non insensata: ha giocato in tante squadre e in molti campionati, tutti grandi le une e tutti importanti gli altri. In sé e per sé una carriera coerente, logica, giusta: a prescindere dalle motivazioni – soldi, ambizione, circostanze – nessuna delle scelte di Zlatan è inspiegabile o incomprensibile, tutte le sue decisioni stanno dentro i limiti del calciatore e della persona.

Quando alla carriera di un calciatore manca quella rigorosissima logica interna di cui sopra, essa diventa uno di quegli spettacoli curiosi e inquietanti che occupano la mente con l’insistenza delle zanzare d’estate. C’è un profilo Twitter che si chiama Carriere dei calciatori su Wikipedia che raccoglie screenshot delle tabelle dell’enciclopedia libera dentro le quali sono elencate le squadre in cui un calciatore ha giocato nel corso della sua carriera: scorrere questo profilo è prendere la pillola rossa e scoprire quanto è profonda la tana del Bianconiglio. Non è uno di quei passatempi innocui come Badly Dressed Footballers, Mascots Minute Silence, footbal images that precede unfortunate events, 80s Footballers Ageing Badly, Crap 90s Football o Calciatori&Famiglie (anche se ammetto che quest’ultimo era piuttosto inquietante), piccoli divertimenti che al massimo portano a domande buffe. Carriere dei calciatori su Wikipedia pone una domanda esistenziale: i calciatori sanno dove vanno? E la risposta che dà è la tabella che riassume la carriera di Ignacio Andrés Cacheiro, ala destra che dopo una vita passata tra le province di Buenos Aires, Chubut ed Entre Ríos, nel 2020 decide di trasferirsi a Craiova per giocare nella Serie B rumena (quattro presenze e zero gol). Oggi è all’Ilvamaddalena, neopromossa in Eccellenza dopo aver dominato il girone B della Promozione sarda.

Cos’è che rende strana la carriera di un calciatore? L’assenza di riferimenti e rimandi geografici, innanzitutto: scorrere le squadre in cui ha giocato e non capire dove gli sia capitato di nascere né dove gli sia piaciuto stare. Paulinho, centrocampista (tra le tante altre) ex-Barcellona, è nato a San Paolo e ha giocato la sua prima partita da professionista nella I Lyga lituana, con addosso la maglia biancorossa del Vilnius. Nella stagione successiva decise, per ragioni sconosciute e probabilmente inconoscibili, di traslocare in Polonia e firmare con il Lodzki Klub Sportowa, una polisportiva che attualmente milita nella seconda divisione polacca in seguito al fallimento avvenuto nel 2013. I giocatori del LKS sono conosciuti in patria come Cavalieri di primavera, soprannome sì fichissimo ma comunque insufficiente a spiegare la scelta di Paulinho.

Quali ingranaggi del calciomercato si muovono per portare un ragazzino brasiliano in Lituania? Sono gli stessi che hanno portato el diablo Pablo Granoche dal Coatzacoalcos (municipalità di Vera Cruz, Messico) alla Triestina? Il Vilnius ha dei suoi intermediari di fiducia specializzati nel mercato sudamericano? E la Triestina ne ha di suoi per quello messicano? I genitori, parenti e amici del giovane Paulinho come avranno preso la decisione del figlio di trasferirsi in una delle capitali del barocco europeo? E quelli di Granoche gli avranno consigliato di coprirsi ché la bora taglia la pelle e consuma le ossa?

Nessuna di queste domande avrà mai risposta, resta soltanto il sospetto che tra il 2006 e il 2007 qualcosa/qualcuno abbia esercitato un’influenza forte e segreta sui processi decisionali dei giovani calciatori brasiliani (sudamericani): mentre Paulinho decideva che Vilnius era il posto giusto dove portare i suoi talenti, Igor Caique Coronado sceglieva il settore giovanile del Milton Keynes Dons Football Club (oggi terza divisione inglese) per completarsi e affinarsi. Il Buckinghamshire sarà la sua casa fino al 2012 (tranne per un anno, l’ultimo prima dell’esordio tra i professionisti, passato al Grasshoppers di Zurigo, giusto per darsi una botta di vita), anno del trasferimento al Banbury, all’epoca dei fatti settima serie UK. Poi arriva l’offerta del Floriana, una grandissima del campionato maltese (oggi non a caso allenata da Gianluca Atzori) con una rete di osservatori tanto estesa da toccare addirittura la campagna inglese. Da lì Coronado segue le rotte migratorie e arriva inevitabilmente in Sicilia: a Trapani se lo ricordano bene (75 presenze e 19 gol), a Palermo ancora parlano della sua tripletta contro il Carpi e del suo assist per La Gumina contro la Virtus Entella. Poi se ne è andato, senza senso come era arrivato: dal Palermo allo Sharjah FC un anno fa, quest’estate è passato all’Al-Ittihad. Tra Emirati e Arabia Saudita ha accumulato numeri pazzeschi: 44 gol in 65 presenze.

A 38 anni, Pablo El Diablo Granoche (qui a contrasto di testa con Materazzi durante Inter-Chievo della Serie A 2009/2010) è ancora un giocatore in attività: dopo tre anni alla Triestina, la prima squadra italiana della sua carriera, è passato al Vigasio, club dell’Eccellenza Veneta con un logo piuttosto simile a quello della Lazio. Il 26 settembre 2021 ha segnato una doppietta nella partita contro la Virtus Cornedo (Claudio Villa/Getty Images)

George Best ha giocato dieci anni nel Manchester United e altri dieci anni in qualsiasi squadra gli offrisse un contratto: una carriera assurda se mai ce n’è stata una, inspiegabile come i vizi, insensata come le dipendenze. Il Jewish Guild è stata la prima squadra di Bestie dopo la fine della sua vita da diavolo rosso: un club sudafricano che oggi non gioca più a pallone ma a bowls, una specie di bocce su prato in cui il pallino si chiama jack o kitty e il cui uomo-simbolo è un canadese di nome Timothy Mason. La pagina Wikipedia del Jewish Guild comincia ricordando al lettore che George Best è stato qui. Dopo il Sudafrica il 7 alla cui bellezza dobbiamo la fama di Pelé ha passato la vita tra California e Inghilterra, probabilmente seguendo l’alternarsi delle stagioni e la gradevolezza delle temperature: sei mesi negli Aztecs di Los Angeles e altri sei al Fulham, metà dell’anno all’Hibernian a godersi il fresco scozzese e metà a prendere il sole californiano giocando per gli Eartquakes di San Jose. Come si spiega una carriera che è il riflesso di una vita passata a soddisfare ogni desiderio, un’esistenza per la quale il calcio è stato soltanto il mezzo per un fine?

Che ogni desiderio dei calciatori sia monetizzabile è la spiegazione brutta e semplice che ci siamo dati per evitare di farci troppe domande. Se la risposta a ogni domanda del dibattito calcistico non fosse sempre traducibile nella lingua sonante della moneta, saremmo costretti ad ammettere che le carriere di moltissimi calciatori somigliano a quelle di moltissimi di noi: questo c’è e questo si fa, speriamo vada meglio la prossima volta e auguriamoci che non sia peggio della precedente, voglio fare questo mestiere e alla fine è importante solo questo. È la legge di Rohan Ricketts (copyright mio), che voleva fare disperatamente il calciatore: uscito dal settore giovanile dell’Arsenal, pur di giocare a pallone è passato ai rivali del Tottenham, poi al Coventry e ai Wolves, poi al Molineaux, poi al QPR e al Barnsley, poi Toronto, poi Diósgyőri VTK in Ungheria e Aberdeen in Scozia, poi una stagione (nel senso solare del termine, cioè tre mesi) in Moldavia al Dacia Chişinău, poi il Wilhelmshaven tedesco e il ritorno in patria allo Stevenage, poi tappa in Irlanda allo Shamrock Rovers e la visita in Cornovaglia con l’Exeter, poi una visita alle ex-colonie con il Dempo in India, poi un giretto in America Latina con il Deportivo Quevedo d’Ecuador, poi un passaggio in Thailandia con il PTT Rayong, poi dall’esotico sud-est asiatico all’avveniristica Hong Kong con l’Eastern Sports Club, poi la nostalgia lo riporta indietro e arriva in Bangladesh al Limited Dhaka, alla fine si accasa al Leatherhead guidato da Jimmy Bullard, ex-calciatore che Fabio Capello convocò pure in Nazionale per due partite di qualificazione ai Mondiali sudafricani contro Croazia e Andorra e che finì la sua carriera al Milton Keynes Dons nell’anno in cui in prima squadra arrivava un giovanissimo brasiliano di nome Igor Caique Coronado.


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