L’occupazione in Italia dopo la pandemia

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di Andrea Gandini. Economista, analista del futuro sostenibile.

Andrea gandini 98Durante la pandemia l’Italia ha perso 1,2 milioni di occupati. Il picco negativo massimo è avvenuto tra marzo e giugno 2020. Nei mesi successivi l’occupazione non è più ripresa fino alla primavera 2021. A partire da aprile, maggio e giugno c’è stata finalmente una ricrescita dell’occupazione dovuta alla parziale riapertura dell’economia che ha prodotto 523mila occupati in più rispetto allo stesso periodo 2020. Ciò significa che mancano ancora 678mila occupati rispetto al periodo pre-pandemia (di cui -370mila sono donne). Infatti i disoccupati sono oggi 514mila in più di un anno fa e sono cresciuti di 1,2 milioni i cosiddetti “inattivi”, coloro che hanno smesso di cercare il lavoro a seguito dell’emergenza sanitaria con la chiusura di molte attività e la limitazione negli spostamenti.

L’aumento degli occupati è avvenuto in quei settori che sono stati più colpiti (ristorazione, commercio, spettacoli, attività culturali, etc.) e tra quei lavoratori con contratto a termine, giovani e donne (e stranieri) che sono stati i più colpiti.

I giovani (15-34 anni) vengono finalmente di nuovo assunti (specie in questa estate) ma sono ancora 200 mila in meno rispetto al secondo trimestre 2019.

Più colpito è il Centro-Sud (piove sul bagnato) che ha subito una variazione negativa del 3%, mentre nel Nord è stato -2,7%.

La ripresa occupazionale tra gli stranieri è particolarmente intensa (+4,4% occupati rispetto a +2,1% degli italiani), confermando che sono la fascia di maggiore flessibilità (i primi ad essere espulsi –con le donne-, i primi a essere riassunti) anche se il loro tasso di occupazione conferma un deciso peggioramento (57,3%), 4 punti percentuali al di sotto di quello del periodo pre-crisi e inferiore di 1 punto a quello degli italiani, per i quali la distanza con il tasso del secondo trimestre 2019 si riduce a -0,8 punti.

L’aumento dell’occupazione che caratterizza il secondo trimestre 2021 riguarda esclusivamente il lavoro dipendente a tempo determinato, il più colpito all’inizio della pandemia; l’incidenza dei dipendenti a termine sul totale dei dipendenti risale al 16,8%. I dipendenti a tempo indeterminato diminuiscono anche nel secondo trimestre 2021, seppur lievemente, registrando rispetto al 2019 un calo di 202 mila unità (-1,3%). Continuano a diminuire i lavoratori autonomi senza dipendenti che mostrano il gap più consistente con il periodo pre-crisi (-273 mila rispetto al secondo trimestre 2019, -6,9%), immediatamente seguiti dagli autonomi con dipendenti il cui numero, nonostante la leggerissima ripresa nel secondo trimestre 2021, è ancora di 74 mila unità inferiore a quello del secondo trimestre 2019 (-5,3%).

Nel complesso gli occupati sono 22,7 milioni. In rapporto alla Germania e ai paesi nordici ci mancano qualcosa come 7-8 milioni di occupati, una enormità e ciò spiega perché (ancora più dopo la pandemia) in molte province c’è uno sfacelo umano. Ancora una volta, come nell’indice della felicità, sono i Paesi del Nord Europa a uscire meglio dalla pandemia, dove la vita dei cittadini abita in comunità più piccole e raccolte, con meno grandi città, dove si vive di un buon lavoro, con molti giovani (e donne) subito occupati, ottime strutture sanitarie e scolastiche, poca criminalità, c’è una intensa vita sociale, culturale e dove molti cittadini praticano sport, musica, arte, sono attenti ad avere una buona alimentazione, stili di vita sani, dove la natura viene rispettata e dove lo Stato è percepito come un aiuto e non come una vessazione. L’Italia è al 36° posto.

scritto da Andrea Gandini

I dati sono tratti da Istat, Rilevazione sulle forze di lavoro.

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