Superbia, livore e retorica. Il mondo “pietoso” di Albinati

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Una cosa che Edoardo Albinati – scrittore, giornalista e insegnante, nato a Roma nel ’56 – non ha mai sopportato, una cosa che ha patito in silenzio, con fastidio e disagio, è che il suo nome assomigli a quello di Eraldo Affinati, scrittore, giornalista e insegnante, nato a Roma nel ’56. Strano. Come è noto gli intellettuali, specie di sinistra, risultano scevri da invidie, gelosie e rivalità.

Di sinistra, goloso, invidiatissimo – è un premio Strega – Edoardo Albinati in una vecchia intervista ammise che il suo maggior difetto è di illudersi di essere coraggioso e poi «scoprirsi a volte un po’ vighiacchetto». Che è ancora più strano: si può dire tutto degli intellettuali di sinistra tranne che siano vighiacchetti.

«Berlusconi è un puzzone schifoso puttaniere ladro evasore immorale ignorante che non legge neanche un libro!». «Vorremmo farti un contratto con Einaudi o Mondadori. O Rizzoli…». «Subito!».

Comunque, chi lo conosce bene sa che il vero vizio di Albinati tipico di chi sfoga un senso di inadeguatezza nella più sfrenata competitività è la superbia. Ego, Super Io e Super Edo.

Edo Albinati casa nel quartiere Trieste, ereditata dal padre e a lungo affittata al padrino Enzo Siciliano, e mentalità ai Parioli appartiene per censo e incenso alla buona (anzi: buonissima) borghesia cattolica apostolica romana. Quella che non sa mai scegliere fra un pensiero infame e una missione umanitaria. Padre ingegnere, liceo classico San Leone Magno, scuola cattolica e Prato Pagano. Che è la rivista su cui escono le sue prime poesie. Tenterà, con esiti non fortunati, anche di pubblicare su Braci, agli inizi degli anni ’80, perché Albinati si è sempre sentito più poeta che narratore, anche se i lettori lo considerano più narratore che poeta, i suoi amici grande poeta e grande narratore, e i grandi critici né poeta né narratore.

I suoi amici sono molti: i più bei nomi, da sempre, della migliore sinistra intellettuale capitolina, cioè la schiuma colta e mondana del Pd, punto perfetto di intersezione tra il cardo – i salotti – e il decumano – l’ideologia delle roccaforti editoriali, giornalistiche, cinematografare e teatrali romane. Quando si dice che l’egemonia di sinistra è un castrum inespugnabile.

Gli amici sono importanti. Ma avere amici importanti è ancora più importante. Enzo Siciliano, il ras della Roma letteraria, negli anni ’80 lo porta nella redazione di Nuovi Argomenti e poi nello Specchio. Antonio Franchini lo fa lavorare come editor in Mondadori. Mentre Sandro Veronesi l’amico inseparabile: quando uno scrive un libro l’altro lo recensisce, e dopo che l’ha recensito, scrive un libro che spedisce all’altro per recensione lo fa pubblicare in Fandango. Intanto – punteggiata da due relazioni importanti: la prima con Benedetta Loy, figlia di Rosetta Loy, compagna di Cesare Garboli, la seconda con Francesca D’Aloja, l’attuale compagna con una grande passione per il cinema e i cineasti, già compagna di Alessandro Gassmann poi moglie di Marco Risi – scorre la lunga bio-bibliografia dell’autorevole scrittore-insegnante, che dal debutto nel romanzo, anno 1989, con Il polacco lavatore di vetri, elegantemente stroncato da Stefano Giovanardi su Repubblica, lo porta, nel 2016, a vincere il Premio Strega con il romanzo La scuola cattolica, diventato un film presentato alla recente alla Mostra del cinema di Venezia. L’intellighenzia è un tappeto rosso steso fra il Lido e le première romane.

Romano (ma «laziale esistenzialista»), mondano, mente critica, intelligente (molto), buono (insegna a Rebibbia), buonista (di immigrati, omosessuali, carcerati non gli importa più di tanto, gli importano le proiezioni simboliche che dalle loro vicende promanano), democratico, burbero ma sensibile, tono monocorde e aria da seminarista, Edoardo Albinati – presidente del club Simpatia dei premi Strega con Scurati, Piccolo, Veronesi e Trevi – soffre di una particolare forma di sindrome imitativa: gli occhiali di Pasolini che gli ha regalato Siciliano, i pantaloni di Nelo Risi che portava la sera dello Strega, gli inguardabili sandali di cuoio per sentirsi Valentino Zeichen… «Io sono Io e gli altri sono me».

«Uomo contraddittorio con un’esistenza a zig-zag», come si è definito pubblicamente una volta, Affinati… cioè Albinati…, come scrittore ama mescolare narrativa e saggistica, memoir e pamphlet, invettiva e diario: come il nuovo Velo Pietoso (Rizzoli), sottotitolo «Una stagione di retorica», un libro che fa a zig-zag fra racconto a frammenti di tv, qualche citazione di autori famosi tipo Wikiquote (Veronesi nella sua sobria recensione ha parlato di «riferimenti inauditi, orbitali, schizofrenici»), cronaca politica e pubblicità… In realtà se accettiamo l’ipotesi che non tutto ciò che è scritto da un premio Strega sia da premio Strega è un non-libro, un libroide, una raccolta di pensierini molto retorici, a dispetto del titolo, e della retorica peggiore, quella dei buoni sentimenti – che al più valevano una rubrica su un giornale. Ma un libro… Mah.

Albinati, prosa elegante – «Medici non vaccinati? Pezzi di m…» – e raffinati sofismi – l’augurarsi la morte di un bambino su una nave di migranti, così, giusto per mettere in crisi il ministro Salvini ha quella cattiveria tipica di chi ama ostentare tolleranza e benevolenza verso l’altro, senza distinzione per quanto riguarda sesso, razza e religione, ma molti distinguo in merito alle idee politiche, come quando auspica (siamo a pagina 57) «un fracco di legnate» a un giornalista di destra che va in tv a criticare il Ddl Zan. «A frocioooooooo!!!». Ben venga la sinistra illiberale, dogmatica, provinciale, elitaria e intollerante. Falce e manganello.

Altre cose notevoli di Velo pietoso. L’asserzione «Prima che per aver commesso un qualsiasi reato, uno in galera dovrebbe finirci solo per essere andato al Billionaire». L’elogio delle infermiere dell’Est, Svetlane, rumene, ucraine, chissà perché sempre migliori delle italiane. L’attacco alla serie tv Anna di Ammaniti: «A me sembra un fumetto scritto quando io avevo dodici anni, e l’autore stava all’asilo» e a Parasite («Una solenne boiata»). Quello alla performance «raccapricciante per volgarità e retorica» di Stefano Massini sulla morte della ragazza di Prato stritolata da un macchinario tessile. Il miniorgasmo che gli ha provocato il j’accuse di Fedez al concertone del Primo maggio contro la Rai (Wow!, però…). Cose così. Ah, e naturalmente i soliti pipponi sui migranti, sui sovranisti brutti ignoranti e cattivi, su Salvini e la traversata dei migranti come «una crociera», sul Ddl din don Zan, sul nazionalismo sfrenato dei campioni europei, sullo ius soli… Strano che manchi Greta Thunberg. Yaaaaaaawn, che noia!

Curioso: il pamphlettino di Albinati esce nella stessa collana in cui uscì quello di Walter Siti contro l’impegno, in cui si diceva ma dài? – che non c’è come la retorica dei buoni sentimenti per mettere a dormire la letteratura. Albinati: Fai bei sogni.


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