“The Power of The Dog”: fascino e ambiguità nella solitudine

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“È solo un uomo, solo un altro uomo”. Queste le parole della vedova Rose (Kristen Dunst) al timido figlio Peter (Kodi Smit-McPhee) quando lo rassicura che sposare il ricco George Burbank (Jesse Plemons), proprietario di un grande ranch, è l’unico modo per sistemare le cose dopo il suicidio del marito. La donna, tuttavia, non ha ancora fatto i conti con l’inflessibilità di Phil (Benedict Cumberbatch), minaccioso e subdolo fratello di George che, disprezzando l’intrusa, sta per dichiararle guerra.

Questa la premessa della nuova opera firmata da Jane Campion, regista neozelandese che costruisce la pellicola ispirandosi al brutale e folgorante romanzo di Thomas SavageIl potere del cane”. Pubblicato nel ‘67 ed edito in Italia da Neri Pozza, l’opera ci racconta di demoni e fantasmi nel Far West degli anni’ 20, ma è con The Power of The Dog, film in gara alla 78° Mostra del Cinema di Venezia, e dal 1° dicembre in distribuzione su Netflix, che li scopriamo più affascinanti e torbidi che mai.

Benedict Cumberbatch Interpreta Phil nel film
Benedict Cumberbatch Interpreta Phil nel film “The Power Of The Dog” Credits: Kirsty Griffin/Netflix

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A ventotto anni dalla Palma d’oro di “Lezioni di piano”, prima e per quasi trent’anni unica vittoria di una donna nella storia del Festival di Cannes, e a dodici anni dell’ultimo lungometraggio Bright Star, Campion torna in terra selvaggia ma senza le sue protagoniste femminili. Questa volta la regista descrivere la mascolinità attraverso passione e morte, rancore e ambiguità, elementi custoditi nel ranch di famiglia più grande di tutta la vallata del Montana in mano ai diversissimi fratelli Burbank.

Come in uno scontro tra civiltà, Savage basa la sua opera sul netto contrasto dei due fratelli agli antipodi. Da una parte il mite e goffo George dedito alla gestione economica del ranch, dall’altra il virile e sprezzante Phil alle prese con i “lavori sporchi”. La sua visione maschilista, e quindi superiore, del mondo cela però un disagio mai affrontato prima, una consapevolezza soffocata nel tempo che rischia adesso di essere svelata.

È una vulnerabilità che scopriamo lentamente, capitolo dopo capitolo, mentre spiamo l’intima solitudine del carismatico Phil. Emerge così un’attrazione scaturita da una visione del passato, e all’improvviso, avvolto da un’atmosfera sempre più pesante, Phil sembra quasi in grado di amare.

Benedict Cumberbatch In Una Scena Di
Benedict Cumberbatch In Una Scena Di “The Power Of The Dog” Credits: Kirsty Griffin/Netflix

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Salva l’anima dalla spada, salva il cuore dal potere del canecita un salmo della Bibbia sul quale si basa l’opera di Savage. Secondo Phil, infatti, esistono due tipi di persone, ovvero chi riesce a intravedere la forma di un cane assunta dalla collina, ed è quindi superiore come lui, e chi sa scorgere invece soltanto le rocce. Ebbene il giovane Peter, inizialmente deriso e insultato da Phil perché sensibile ed effeminato, non solo si rivela superiore tanto quanto lui, ma capace persino di aggrapparsi alla vulnerabilità dell’uomo per annientarlo. Trasformandosi nel protagonista della seconda parte del film, Peter salva la silenziosa madre alcolizzata dal “potere del cane”.

Ottima l’interpretazione di Benedict Cumberbatch (Sherlock) che, suscitando fascino e repulsione nello spettatore, gestisce al meglio l’ambiguità dei demoni interiori del suo personaggio. Jane Campion non concede però la stessa attenzione ai ruoli di Jesse Plemos (Breaking Bad, Fargo) e Kristen Dunst (Melancholia, Spider-Man), lasciati in sospeso nel complicato intreccio della storia.

Fedeli ma lontani dalla potenza drammatica della scrittura di Savage, i personaggi riproposti da Jane Campion sono inghiottiti dalla forma e dall’estetismo tipico del linguaggio cinematografico della cineasta. Come in un dipinto crepuscolare, solitudine e desolazione finiscono per consumare i drammi interiori di questi uomini in un’opera di grande intensità visiva, ma che alla fine rimane in silenzio.  

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